

Tubone o “suppostone”? È forse questa, provocatoriamente, la domanda che i molisani dovrebbero cominciare a porsi mentre la vicenda dell’acqua del Biferno sembra avvicinarsi a un passaggio decisivo.
È di ieri l’annuncio del consigliere regionale delegato alla materia, Roberto Di Pardo Sabusco, sulla convocazione a Roma dei presidenti delle Regioni Molise e Puglia, Francesco Roberti e Antonio Decaro, per arrivare alla firma dell’accordo relativo all’utilizzo delle risorse idriche molisane.
Nelle dichiarazioni diffuse, Sabusco è tornato sui punti che sostiene ormai da tempo. Tra questi ci sono i 140 milioni di euro indicati come risorse disponibili per gli interventi collegati all’operazione.
Ed è proprio qui che iniziano le domande.
Quali opere saranno realizzate concretamente con questi 140 milioni? Dov’è il progetto complessivo? Quali infrastrutture verranno costruite e chi avrà il compito di realizzarle e gestirle?
Non è un dettaglio. Bisognerebbe sapere, ad esempio, quale ruolo sarà affidato al Consorzio di Bonifica del Basso Molise e quale, invece, potrebbe spettare al Consorzio della Capitanata. Su questo punto, almeno pubblicamente, il quadro continua a non apparire sufficientemente definito.
Poi c’è il capitolo dell’irrigazione.
Sabusco ribadisce che l’intesa consentirebbe di estendere l’irrigazione a nuovi terreni agricoli del Basso Molise. Bene. Ma quanti ettari esattamente? E soprattutto: nel conteggio vengono inserite anche le superfici interessate dagli interventi per i quali nel 2024 sarebbero già stati destinati alla Regione Molise circa 40 milioni di euro?
Sono numeri che andrebbero messi nero su bianco, perché da essi dipende la possibilità di comprendere quale sia il reale vantaggio per il territorio molisano e quale, invece, la quantità di risorsa destinata fuori regione.
A rendere ancora più singolare la vicenda c’è poi un elemento politico: il sostanziale silenzio del Consiglio regionale.
Su una questione destinata potenzialmente a condizionare per decenni agricoltura, disponibilità idrica e sviluppo del Basso Molise, ci si aspetterebbe un confronto pubblico serrato tra maggioranza e opposizione. Invece il dibattito istituzionale appare sorprendentemente debole.
Tra le poche voci che stanno chiedendo chiarimenti c’è quella di Massimo Romano. Ma proprio a Romano vorremmo rivolgere un’ulteriore domanda: perché, nell’analizzare la vicenda, non approfondire anche quanto accaduto ai vertici di Molise Acque?
Per quale ragione Stefano Sabatini è stato sostituito dall’ingegnere Stefano Napoli? E soprattutto: qual è il curriculum di Napoli e quale esperienza ha già maturato proprio sulle questioni riguardanti l’acqua dell’invaso del Liscione e i rapporti idrici con la Puglia?
Domande che meritano risposte documentate, non supposizioni.
Il punto politico, alla fine, è persino più grande del “tubone”. Una decisione di questa portata dovrebbe essere discussa apertamente nell’aula del Consiglio regionale, con dati, progetti, quantità d’acqua, garanzie per l’agricoltura molisana, costi, benefici e responsabilità gestionali messi a disposizione di tutti.
Perché l’acqua del Biferno non appartiene a una maggioranza, a un presidente o a un consigliere delegato. È una risorsa strategica del Molise.
Se l’accordo rappresenta davvero una grande opportunità per la regione, allora non dovrebbe esserci alcuna difficoltà a mostrare progetto, numeri e garanzie.
Se invece questi elementi non sono ancora chiari, la domanda iniziale diventa inevitabilmente più scomoda.
Per il Molise sarà davvero il “tubone” delle opportunità o rischia di trasformarsi nel “suppostone” che presenterà il conto ai molisani soltanto quando sarà troppo tardi?