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Nuova sede del Consiglio regionale, l’aggiudicazione apre nuovi interrogativi: requisiti futuri, offerta modificata e nessun termine certo per la consegna.



CAMPOBASSO. Più si entra nel merito della procedura per la nuova sede del Consiglio regionale del Molise e più gli interrogativi aumentano. E questa volta non riguardano soltanto la destinazione urbanistica dell’immobile di Contrada Macchie. Ci siamo occupati in altri articoli di quanto sia cruciale l’eventuale via libera del Comune di Campobasso per il cambio di destinazione d’uso.
Il punto diventa molto più delicato e investe direttamente le modalità con cui si è arrivati all’aggiudicazione: su quali condizioni concrete è stata effettuata la comparazione tra le offerte e, soprattutto, la Regione ha scelto l’immobile sulla base delle caratteristiche realmente possedute al momento della presentazione della proposta oppure anche sulla base di ciò che quella struttura avrebbe potuto diventare successivamente?

È questo il nodo che attraversa l’intera vicenda e che porta a parlare, provocatoriamente, di una sorta di “preveggenza amministrativa”. Perché l’edificio individuato a Contrada Macchie non sarebbe stato, al momento della procedura, nelle condizioni di ospitare immediatamente la sede istituzionale del Consiglio regionale. E non si tratta di qualche intervento marginale, di una parete da spostare o di semplici opere di manutenzione. Per arrivare alla funzione per la quale è stato scelto, l’immobile deve affrontare una trasformazione ben più consistente, a partire dalla destinazione d’uso e proseguendo con tutti gli adeguamenti necessari a rendere il complesso compatibile con una sede pubblica destinata a ospitare uffici, dipendenti, consiglieri, amministratori, giornalisti, cittadini e l’aula nella quale dovranno svolgersi le sedute dell’assemblea regionale.

Ed è proprio qui che il ragionamento diventa inevitabile: come può essere comparata un’offerta relativa a un immobile che possiede già determinate caratteristiche con quella relativa a una struttura che quelle stesse caratteristiche dovrà acquisirle soltanto dopo l’aggiudicazione? Se nella valutazione è stato considerato non soltanto lo stato effettivo dell’edificio al momento dell’offerta, ma anche ciò che il proprietario avrebbe realizzato successivamente, diventa indispensabile capire se lo stesso criterio sia stato applicato indistintamente a tutti i partecipanti.

Perché destinazione urbanistica, distribuzione degli spazi, accessibilità, abbattimento delle barriere architettoniche, sicurezza, prevenzione incendi, vie di fuga, ascensori, parcheggi, illuminazione e organizzazione degli ambienti non sono dettagli quando si deve individuare la sede della massima assemblea rappresentativa regionale. Sono caratteristiche sostanziali. Eppure l’aggiudicazione riguarda una struttura che dovrà essere adattata proprio per raggiungere una parte di quelle condizioni.

Il paradosso è evidente: l’immobile sembra essere stato valutato anche per quello che sarà e non soltanto per quello che era quando è stato proposto alla Regione. Ma per attribuire valore a caratteristiche future bisogna necessariamente conoscere quali lavori saranno realizzati, con quali soluzioni tecniche, attraverso quali procedimenti autorizzativi e soprattutto in quali tempi.

Ed è proprio il tempo a rappresentare un altro degli aspetti più difficili da ignorare. Nonostante l’aggiudicazione, non risulterebbe infatti stabilito un termine tassativo entro il quale l’aggiudicatario debba mettere a disposizione della Regione l’immobile completamente trasformato, adeguato e corredato di tutte le autorizzazioni necessarie per poter essere effettivamente utilizzato.

Una circostanza tutt’altro che secondaria. Perché tra scegliere un edificio immediatamente disponibile e sceglierne uno che deve affrontare lavori, pratiche amministrative e autorizzazioni esiste una differenza sostanziale. Quanto può attendere la Regione? Tre mesi? Sei mesi? Un anno? Anche di più? Se manca una scadenza vincolante, almeno sulla base degli elementi finora emersi, si arriva al risultato singolare di avere un’aggiudicazione definita senza avere altrettanto definito il momento entro il quale l’oggetto stesso dell’aggiudicazione potrà essere concretamente utilizzato per lo scopo previsto.

Ma è soprattutto quanto sarebbe accaduto all’offerta dopo la sua presentazione e dopo l’apertura delle proposte concorrenti a rappresentare uno dei passaggi che necessitano dei maggiori chiarimenti. Dalla ricostruzione della procedura emergerebbero infatti variazioni intervenute successivamente, anche con riferimento alle condizioni economiche dell’operazione.

Ed è un punto sul quale difficilmente possono essere ammesse zone grigie. In una procedura comparativa esiste un momento particolarmente delicato: quello in cui le offerte vengono aperte e le condizioni proposte dai partecipanti diventano conoscibili. Da quel momento qualsiasi eventuale intervento successivo sugli elementi sostanziali di una proposta assume inevitabilmente un significato diverso.

Se l’offerta originariamente depositata è stata modificata successivamente, bisogna quindi chiarire con precisione che cosa sia cambiato, quando sia avvenuto, su richiesta di chi, sulla base di quale previsione della procedura e soprattutto se le variazioni abbiano interessato elementi capaci di incidere sul risultato della comparazione.

La questione assume un peso ancora maggiore se tra gli elementi modificati rientra il prezzo. Perché a quel punto non è sufficiente sostenere che il risultato finale sia economicamente conveniente per l’Ente. Bisogna capire quale fosse il prezzo contenuto nell’offerta al momento in cui le proposte sono state aperte e confrontate e quale sia invece quello successivamente preso in considerazione per arrivare all’aggiudicazione. E soprattutto occorre comprendere se anche agli altri partecipanti sia stata riconosciuta la medesima possibilità di intervenire sulle condizioni economiche inizialmente presentate.

Il principio in gioco, infatti, non riguarda esclusivamente quanto la Regione finirà per pagare. Riguarda la parità delle condizioni nella competizione.

Il canone relativo a Contrada Macchie si colloca intorno ai 250mila euro annui oltre Iva, ma anche questo dato, preso isolatamente, non è sufficiente a stabilire quale proposta fosse realmente più conveniente. Il confronto dovrebbe necessariamente riguardare il costo complessivo dell’operazione per tutta la durata del rapporto, considerando anche il differente regime fiscale eventualmente applicabile alle offerte concorrenti. Su un contratto pluriennale l’incidenza dell’Iva può trasformarsi in una cifra significativa e dunque entrare necessariamente nella valutazione della convenienza effettiva dell’operazione.

Resta inoltre aperta la questione degli spazi. Tra le caratteristiche individuate per la futura sede figurava la disponibilità di un’aula consiliare di almeno 250 metri quadrati, mentre nella soluzione relativa all’immobile prescelto lo spazio destinato a questa funzione si attesterebbe intorno ai 180 metri quadrati. Circa 70 metri quadrati in meno. Anche qui occorre capire se quel parametro rappresentasse un requisito, un’indicazione preferenziale oppure una caratteristica liberamente derogabile e, soprattutto, con quale criterio siano state valutate sotto lo stesso profilo le altre proposte.

È proprio mettendo insieme tutti questi elementi che la vicenda assume una dimensione diversa rispetto alla sola questione urbanistica già emersa nei giorni scorsi. Nessuno può sostenere, sulla base di questi elementi, che l’aggiudicazione sia illegittima. Ma sarebbe altrettanto difficile ridurre tutto a semplici dettagli tecnici.

Le domande sono ormai precise. Perché è stato possibile aggiudicare la procedura a un immobile che, al momento della presentazione, doveva ancora acquisire caratteristiche essenziali per la funzione richiesta? In che modo sono state considerate nella comparazione le trasformazioni che sarebbero state effettuate soltanto successivamente? Quali modifiche sono intervenute sull’offerta dopo l’apertura delle buste? Hanno riguardato anche il prezzo? In quale momento e sulla base di quale meccanismo sono state ammesse? E gli altri partecipanti hanno avuto le stesse possibilità?

C’è poi una domanda apparentemente molto semplice alla quale sarebbe altrettanto importante dare una risposta: entro quale data precisa l’aggiudicatario è obbligato a consegnare alla Regione una sede completamente adeguata, concretamente utilizzabile e dotata di tutte le autorizzazioni necessarie?

Perché aggiudicare un immobile è una cosa. Poterci realmente trasferire il Consiglio regionale è un’altra.

Ed è forse proprio questo l’elemento più singolare dell’intera vicenda: si è arrivati a individuare la proposta ritenuta migliore mentre una parte delle condizioni necessarie affinché l’immobile possa svolgere la funzione per la quale è stato scelto deve ancora concretizzarsi. Non soltanto lavori da realizzare, dunque, ma requisiti da raggiungere, autorizzazioni da ottenere e tempi che, almeno allo stato degli elementi conosciuti, non sembrano avere una scadenza chiaramente definita.

La questione, allora, non è più soltanto stabilire se Contrada Macchie potrà diventare la nuova sede del Consiglio regionale. È capire come sia stato possibile considerarla già la soluzione migliore quando una parte importante delle caratteristiche necessarie apparteneva ancora al futuro e quando, dopo l’apertura delle offerte, sarebbero intervenute modifiche sulle condizioni inizialmente proposte.

Quando sono in gioco risorse pubbliche, un impegno economico pluriennale e la futura sede del Consiglio regionale, la “preveggenza” non può essere il criterio con cui colmare ciò che al momento della selezione ancora non esisteva. Servono atti, criteri uguali per tutti e, soprattutto, risposte.

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