

L’inchiesta “Memory” continua a far discutere. Non soltanto per il peso politico dei nomi coinvolti, tra cui il presidente della Regione Molise Francesco Roberti, ma anche per l’impianto stesso del procedimento e per le difficoltà che, ancora una volta, stanno accompagnando il suo percorso giudiziario.
La terza udienza preliminare consecutiva è stata rinviata a causa di difetti di notifica. Un fatto che potrebbe apparire meramente tecnico, ma che in realtà alimenta interrogativi ben più profondi sulla gestione di procedimenti di questa portata. Il prossimo appuntamento è fissato per il 17 settembre, mentre già si rincorrono ipotesi, timori e valutazioni sul rischio che il tempo finisca per incidere pesantemente sull’esito dell’intera vicenda.
Chi segue da anni le cronache giudiziarie molisane difficilmente può dirsi sorpreso.
Nel mio saggio dedicato alla giustizia molisana dal 2000 a oggi ho raccontato una lunga sequenza di inchieste clamorose, procedimenti complessi, accuse gravissime e aspettative enormi che, nella maggior parte dei casi, si sono concluse con archiviazioni, assoluzioni, proscioglimenti o prescrizioni. Una storia che ha spesso lasciato dietro di sé soltanto macerie istituzionali, reputazioni compromesse e ingenti costi sostenuti dalla collettività.
Il problema non è stabilire oggi chi abbia ragione e chi abbia torto. Questo spetta esclusivamente ai giudici. Il problema è chiedersi se determinate impostazioni investigative siano davvero funzionali all’accertamento della verità oppure se, talvolta, rischino di trasformarsi in contenitori processuali talmente vasti da diventare difficili da gestire.
La memoria corre inevitabilmente al procedimento noto come “Sistema Iorio”. Anche in quel caso il Tribunale evidenziò come l’accorpamento di contestazioni numerose ed eterogenee avesse contribuito ad appesantire il processo fino a determinare la prescrizione di molte delle accuse formulate.
Oggi, osservando l’inchiesta “Memory”, è difficile non cogliere alcune analogie.
Da una parte troviamo contestazioni che riguardano presunti episodi di associazione mafiosa, estorsione, traffico di droga e gestione illecita dei rifiuti. Dall’altra vi è la posizione del presidente Roberti, chiamato a rispondere di un’ipotesi di corruzione riferita a fatti che sarebbero avvenuti tra il 2020 e il 2023 durante i suoi incarichi istituzionali a Termoli, alla Provincia di Campobasso e al Cosib.
Viene allora spontaneo porsi una domanda: era davvero necessario inserire questa posizione all’interno di un procedimento tanto ampio e complesso?
Forse una trattazione separata avrebbe consentito di arrivare più rapidamente a una decisione nel merito, qualunque essa fosse stata. Una sentenza di condanna o una sentenza di assoluzione hanno infatti un valore comune: offrono una risposta chiara ai cittadini e agli stessi imputati.
Il rischio, invece, è che l’attenzione finisca per concentrarsi più sui tempi della giustizia che sulla sostanza delle accuse.
Ed è proprio questo che dovrebbe preoccupare maggiormente. Perché una democrazia matura ha bisogno di processi capaci di accertare le responsabilità in tempi ragionevoli. Non di procedimenti che si trascinano per anni alimentando sospetti, polemiche e divisioni senza arrivare a una conclusione definitiva.
Alla fine, comunque vada, resterà il clamore mediatico che ha accompagnato l’inchiesta. Resta da capire se resterà anche una verità giudiziaria chiara e definitiva.
È questo, probabilmente, il punto più importante di tutta la vicenda.
Il testo integrale del post di Vinicio:
“𝗠𝗘𝗠𝗢𝗥𝗬”: 𝗠𝗔𝗫𝗜𝗣𝗥𝗢𝗖𝗘𝗦𝗦𝗢 𝗢 𝗘𝗥𝗥𝗢𝗥𝗘 𝗚𝗜𝗨𝗗𝗜𝗭𝗜𝗔𝗥𝗜𝗢 𝗔𝗡𝗡𝗨𝗡𝗖𝗜𝗔𝗧𝗢?
C’è polemica, in questi giorni, per l’inchiesta “Memory”, il procedimento coordinato dalla Direzione distrettuale antimafia di Campobasso che coinvolge 44 imputati, tra cui il presidente della Regione Molise Francesco Roberti, accusato di concorso in corruzione nell’ambito di un filone investigativo che ruota attorno a rifiuti, appalti e presunti rapporti con la società Energia Pulita.
Difetti di notifica hanno impedito lo svolgimento della prima udienza preliminare davanti al GUP del Tribunale di Campobasso.
È accaduto per la terza volta consecutiva il 21 maggio, con conseguente rinvio al prossimo 17 settembre.
Diversi paventano il rischio che possano intervenire prescrizioni per eventuali reati contestati e qualche legale, erroneamente, scrive alla Procura invece che all’ufficio del GUP, invitando a fare presto perché «dobbiamo sapere se il nostro presidente è onesto».
𝗡𝘂𝗹𝗹𝗮 𝗱𝗶 𝘀𝗼𝗿𝗽𝗿𝗲𝗻𝗱𝗲𝗻𝘁𝗲.
𝗘̀ 𝗶𝗹 𝘀𝗼𝗹𝗶𝘁𝗼 𝗰𝗼𝗽𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝗵𝗼 𝗱𝗲𝗻𝘂𝗻𝗰𝗶𝗮𝘁𝗼 𝗻𝗲𝗹 𝗺𝗶𝗼 𝘀𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 𝘀𝘂𝗹𝗹𝗮 𝗴𝗶𝘂𝘀𝘁𝗶𝘇𝗶𝗮 𝗺𝗼𝗹𝗶𝘀𝗮𝗻𝗮 𝗱𝗮𝗹 𝟮𝟬𝟬𝟬 𝗮 𝗼𝗴𝗴𝗶: 𝘂𝗻𝗮 𝘀𝘁𝗼𝗿𝗶𝗮 𝗰𝗼𝘀𝘁𝗲𝗹𝗹𝗮𝘁𝗮 𝗱𝗶 𝗲𝗿𝗿𝗼𝗿𝗶 𝗴𝗶𝘂𝗱𝗶𝘇𝗶𝗮𝗿𝗶, 𝗱𝗶 𝗶𝗺𝗽𝗼𝘀𝘁𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶 𝗶𝗻𝘃𝗲𝘀𝘁𝗶𝗴𝗮𝘁𝗶𝘃𝗲 𝗿𝗶𝘃𝗲𝗹𝗮𝘁𝗲𝘀𝗶 𝗶𝗻𝗲𝗳𝗳𝗶𝗰𝗮𝗰𝗶, 𝗱𝗶 𝘀𝘂𝗽𝗲𝗿𝗳𝗶𝗰𝗶𝗮𝗹𝗶𝘁𝗮̀, 𝗱𝗶𝘀𝘁𝗿𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶, 𝘃𝗮𝗹𝘂𝘁𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶 𝗲𝗿𝗿𝗮𝘁𝗲, 𝗳𝗿𝗲𝘁𝘁𝗮 𝗲, 𝘀𝗲𝗴𝗻𝗮𝘁𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲, 𝗱𝗲𝗶 𝗽𝗼𝘀𝘀𝗶𝗯𝗶𝗹𝗶 𝗰𝗼𝗻𝗱𝗶𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗶 𝘁𝗶𝗽𝗶𝗰𝗶 𝗱𝗶 𝘂𝗻𝗮 𝗿𝗲𝗮𝗹𝘁𝗮̀ 𝘁𝗲𝗿𝗿𝗶𝘁𝗼𝗿𝗶𝗮𝗹𝗲 𝗶𝗻 𝗰𝘂𝗶 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗶 𝘀𝗶 𝗰𝗼𝗻𝗼𝘀𝗰𝗼𝗻𝗼.
Così, molte inchieste e molti processi nei confronti di politici e amministratori pubblici ‒ dall’unico europarlamentare molisano ai parlamentari, dai presidenti della Regione agli assessori e ai dirigenti pubblici ‒ si sono conclusi con fallimenti clamorosi, lasciando dietro di sé soltanto perdita di tempo, spreco di energie e milioni di euro di denaro pubblico.
Abbiamo assistito ad archiviazioni, proscioglimenti, assoluzioni e, soprattutto, a numerose prescrizioni che hanno steso un velo pietoso sulle gestioni politiche e amministrative finite sotto accusa.
𝗡𝗼𝗻 𝘀𝗲𝗺𝗯𝗿𝗮 𝗱𝗶𝘃𝗲𝗿𝘀𝗼 𝗶𝗹 𝗱𝗲𝘀𝘁𝗶𝗻𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗽𝗼𝘁𝗿𝗲𝗯𝗯𝗲 𝗮𝘁𝘁𝗲𝗻𝗱𝗲𝗿𝗲 𝗹’𝗶𝗻𝗰𝗵𝗶𝗲𝘀𝘁𝗮 “𝗠𝗲𝗺𝗼𝗿𝘆”.
C’è da interrogarsi sull’opportunità di imbastire procedimenti enormi, quasi nel tentativo di emulare i maxiprocessi.
Sembra di ripercorrere le vicende del fallimentare procedimento “𝗦𝗶𝘀𝘁𝗲𝗺𝗮 𝗜𝗼𝗿𝗶𝗼”, con il giudice che, nelle motivazioni della sentenza, stigmatizzava severamente l’inserimento di molteplici fattispecie di reato, anche eterogenee tra loro, con conseguenti appesantimenti processuali per effetto dei quali «molti reati contestati agli odierni imputati sono caduti in prescrizione».
𝗔𝗻𝗰𝗵𝗲 𝗻𝗲𝗹𝗹’𝗶𝗻𝗰𝗵𝗶𝗲𝘀𝘁𝗮 “𝗠𝗲𝗺𝗼𝗿𝘆” 𝗿𝗶𝘁𝗿𝗼𝘃𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗻𝘂𝗺𝗲𝗿𝗼𝘀𝗶 𝗶𝗺𝗽𝘂𝘁𝗮𝘁𝗶 𝗲 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗲𝘀𝘁𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶 𝗲𝘁𝗲𝗿𝗼𝗴𝗲𝗻𝗲𝗲.
È quindi legittimo domandarsi quale collegamento vi sia tra le accuse di associazione mafiosa, estorsione, traffico di droga e smaltimento illecito di rifiuti contestate ad alcuni imputati e la posizione specifica del presidente della Regione Roberti, al quale viene contestato il reato di corruzione per fatti risalenti al periodo compreso tra il 2020 e il 2023, quando ricopriva i ruoli di sindaco di Termoli, presidente della Provincia di Campobasso e componente del Consiglio generale del Cosib.
Secondo l’accusa, avrebbe messo a disposizione la propria funzione pubblica in cambio di incarichi professionali e di un lavoro per la moglie, nell’ambito di rapporti con società operanti nel settore dei rifiuti, in particolare Energia Pulita Srl.
𝗘𝗿𝗮 𝗱𝗮𝘃𝘃𝗲𝗿𝗼 𝗶𝗻𝗱𝗶𝘀𝗽𝗲𝗻𝘀𝗮𝗯𝗶𝗹𝗲 𝗿𝗶𝗰𝗼𝗻𝗱𝘂𝗿𝗿𝗲 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗮 𝘃𝗶𝗰𝗲𝗻𝗱𝗮 𝗮𝗹𝗹’𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗻𝗼 𝗱𝗶 𝘂𝗻 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗲𝗻𝗶𝘁𝗼𝗿𝗲 𝗽𝗿𝗼𝗰𝗲𝘀𝘀𝘂𝗮𝗹𝗲 𝘁𝗮𝗻𝘁𝗼 𝘃𝗮𝘀𝘁𝗼 𝗲 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗹𝗲𝘀𝘀𝗼?
𝗦𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗰𝗼𝗻𝘃𝗶𝗻𝘁𝗶, 𝗶𝗻𝘃𝗲𝗰𝗲, 𝗰𝗵𝗲 𝗹𝗮 𝗽𝗼𝘀𝗶𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗶 𝗥𝗼𝗯𝗲𝗿𝘁𝗶, 𝘀𝗲 𝘁𝗿𝗮𝘁𝘁𝗮𝘁𝗮 𝘀𝗲𝗽𝗮𝗿𝗮𝘁𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗲 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝘃𝗶𝗰𝗲𝗻𝗱𝗮 𝘀𝗽𝗲𝗰𝗶𝗳𝗶𝗰𝗮, 𝗮𝘃𝗿𝗲𝗯𝗯𝗲 𝗽𝗼𝘁𝘂𝘁𝗼 𝗰𝗼𝗻𝗱𝘂𝗿𝗿𝗲 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗿𝗮𝗽𝗶𝗱𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗮 𝘂𝗻 𝗲𝘀𝗶𝘁𝗼 𝗽𝗿𝗼𝗰𝗲𝘀𝘀𝘂𝗮𝗹𝗲 𝗰𝗲𝗿𝘁𝗼, 𝗾𝘂𝗮𝗹𝘂𝗻𝗾𝘂𝗲 𝗲𝘀𝘀𝗼 𝗳𝗼𝘀𝘀𝗲.
𝗢𝗴𝗴𝗶, 𝗶𝗻𝘃𝗲𝗰𝗲, 𝗺𝗼𝗹𝘁𝗶 𝗽𝗿𝗼𝘀𝗽𝗲𝘁𝘁𝗮𝗻𝗼 𝗰𝗼𝗻 𝘀𝗼𝗿𝗽𝗿𝗲𝗻𝗱𝗲𝗻𝘁𝗲 𝘁𝗿𝗮𝗻𝗾𝘂𝗶𝗹𝗹𝗶𝘁𝗮̀ 𝗶𝗹 𝗿𝗶𝘀𝗰𝗵𝗶𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗽𝗿𝗲𝘀𝗰𝗿𝗶𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗽𝗼𝘀𝘀𝗶𝗯𝗶𝗹𝗲 𝗮𝗽𝗽𝗿𝗼𝗱𝗼 𝗳𝗶𝗻𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗮 𝘃𝗶𝗰𝗲𝗻𝗱𝗮.
𝗗𝗶 𝘀𝗶𝗰𝘂𝗿𝗼, 𝗿𝗲𝘀𝘁𝗮 𝗶𝗹 𝗰𝗹𝗮𝗺𝗼𝗿𝗲 𝗺𝗲𝗱𝗶𝗮𝘁𝗶𝗰𝗼. 𝗣𝗲𝗿 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗶.