

«Il vuoto che ha lasciato mia figlia è qualcosa che non si può spiegare. Ma insieme al dolore oggi sento una rabbia profonda». Fernando, padre di Silvia Carlucci – la giovane di Isernia che ha perso la vita nel drammatico incidente sulla Statale 17 – decide di parlare e lo fa con parole dure, rivolte direttamente alle istituzioni.
Imprenditore, con origini a Castelpizzuto e legami familiari a Longano, racconta di aver già segnalato mesi fa le criticità della zona. «Il 26 ottobre ho inviato una PEC al Prefetto, al Presidente della Provincia, alla Procura e alla Corte dei Conti», ricorda. Una comunicazione formale per denunciare le condizioni della viabilità tra Castelpizzuto e Longano, compromessa da una frana e aggravata da un traffico pesante che definisce fuori controllo.
Secondo i suoi dati, ogni anno transitano circa 12mila mezzi pesanti lungo quel tratto. «Quando incroci un tir, sei costretto a stringerti fino alla cunetta», spiega. Una situazione che, a suo avviso, rappresenta un pericolo costante per chi percorre quotidianamente quella strada: studenti, lavoratori, famiglie intere.
Il suo è un atto d’accusa chiaro verso gli enti competenti. «Non si può continuare a ignorare un’infrastruttura in queste condizioni», afferma, chiamando in causa la Provincia e il Comune di Longano. «Ci sono abitazioni danneggiate, cittadini che non sanno a chi rivolgersi. Non ci si può voltare dall’altra parte».
Fernando richiama anche l’articolo 197 del Codice della Strada, che disciplina i pedaggi per i veicoli particolarmente usuranti. «Non può essere la collettività a sostenere i costi di un traffico che consuma e danneggia il territorio», sostiene, chiedendo l’applicazione delle norme a tutela della sicurezza e delle casse pubbliche.
La morte di Silvia, dice, è stata «una tragica fatalità». Ma quella perdita ha riacceso un tema più ampio: la sicurezza di un’arteria percorsa ogni giorno da centinaia di giovani diretti all’università, al lavoro, negli ospedali.
«Serve responsabilità. Serve rispetto per chi vive qui», conclude. Un grido che nasce da un dolore personale immenso, ma che oggi si trasforma in richiesta concreta di interventi e risposte per l’intero territorio.