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Campobasso, sicurezza negata: non è intolleranza ma paura quotidiana in Città.



Ho letto con attenzione le dichiarazioni della sindaca sul tema della sicurezza urbana. Dichiarazioni che, anziché offrire risposte rassicuranti, sembrano spostare il dibattito dal nodo centrale – la reale percezione di insicurezza – verso un presunto clima di intolleranza che, nei fatti, non trova riscontro nella vita quotidiana della città.

Ed è proprio qui che si annida il vero fraintendimento.

Nessuno invoca soluzioni muscolari, nessuno chiede “sceriffi” o città blindate, nessuno alimenta paure strumentali. Le richieste che arrivano da cittadini e commercianti sono molto più elementari: poter vivere, lavorare e muoversi serenamente. Perché la sicurezza non è uno slogan da campagna elettorale, ma una condizione essenziale per la qualità della vita.

Sostenere che tutto sia sotto controllo significa, purtroppo, prendere le distanze dalla realtà quotidiana. Basterebbe ascoltare chi il centro storico lo vive ogni giorno: commercianti, baristi, esercenti che alzano la saracinesca la mattina e la abbassano la sera con crescente preoccupazione. Il messaggio che emerge è chiaro e ricorrente: non si sentono al sicuro.

E non è solo una sensazione individuale. Sempre più clienti evitano determinate zone o fasce orarie, rinunciano a uscire la sera, scelgono altri luoghi. Non è propaganda, è ciò che accade quotidianamente. Dopo una certa ora, soprattutto oltre le sette di sera, molte persone preferiscono restare in casa. Il sabato sera, che dovrebbe rappresentare il cuore della socialità cittadina, per molti è diventato sinonimo di cautela, quando non di vero e proprio timore.

A dirlo con maggiore forza sono soprattutto i giovani. Se si chiedesse loro come vivono la città la sera, il quadro sarebbe impietoso: la grande maggioranza ammette di avere paura a uscire o a rientrare da sola. Non si tratta di paure astratte, ma di scelte concrete: restare a casa, rinunciare a uscire, evitare situazioni considerate a rischio. La spensieratezza che dovrebbe caratterizzare quell’età lascia spazio all’ansia e alla rinuncia.

E il problema non riguarda solo il tempo libero. C’è chi teme persino di percorrere il tragitto verso il lavoro o di rientrare a casa la sera. Camminare da soli in alcune zone della città è diventato motivo di apprensione. È davvero normale tutto questo? È accettabile che una generazione cresca con il timore di vivere liberamente i propri spazi?

Le conseguenze sono evidenti. A pagarne il prezzo sono i giovani, privati della possibilità di vivere serenamente la propria città, ma anche i commercianti, che vedono diminuire presenze, consumi e prospettive. Meno persone in giro significa meno clienti, meno lavoro e meno futuro per le attività del centro.

Questo dovrebbe essere il vero tema all’attenzione dell’amministrazione: non l’intolleranza, ma la carenza di sicurezza che, alla lunga, finisce per alimentare tensioni e sfiducia. Quando i cittadini percepiscono di essere lasciati soli, quando i problemi vengono minimizzati o negati, cresce inevitabilmente il malcontento.

Nessuno chiede miracoli. Si chiedono segnali concreti: maggiore presenza sul territorio, ascolto reale delle segnalazioni, interventi mirati nelle aree più critiche. Non si tratta di creare allarmismi, ma di riconoscere i fatti. Negare il disagio non lo elimina, anzi lo amplifica.

La sicurezza non ha colore politico: è un diritto. E come tale merita risposte serie, non narrazioni rassicuranti.

La domanda, a questo punto, è inevitabile: può esserci davvero un futuro in queste condizioni?

Dopo anni difficili, segnati anche dalle rinunce imposte dalla pandemia, soprattutto i giovani chiedono solo di poter tornare a vivere pienamente la propria città, senza paura e senza limitazioni. Questo non è un privilegio, ma un diritto che le istituzioni hanno il dovere di garantire.

La sicurezza non si misura solo con le statistiche o con il numero degli arresti, ma con la serenità quotidiana delle persone.

Oggi, a Campobasso, quella serenità manca.

Riconoscerlo non significa attaccare le istituzioni né sminuire il lavoro delle forze dell’ordine, ma partire dalla realtà per migliorarla. Negarlo, invece, significa allontanarsi dai cittadini e dalle loro legittime preoccupazioni.

Queste le considerazioni di Antonello Catelli, responsabile dipartimento Esteri Lega Molise.

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